Molto più che pasta fritta. Trattato semi-serio sulla socio-fenomenologia delle pittule.
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Molto più che pasta fritta. Trattato semi-serio sulla socio-fenomenologia delle pittule.

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Ce ne sono versioni simili in tutta la Puglia e in diverse zone della Basilicata, ognuna con piccole varianti nel nome (tipo pettole) e negli ingredienti.

Nel Salento provocano continuamente ustioni di terzo grado sotto il palato perché è inevitabile accanirsi e mangiarle subito nonostante siano appena state tirate fuori dall’olio bollente sotto i nostri occhi.

La ricetta è (pare) semplicissima:

  • 1 Kg di farina,
  • 25 grammi di lievito di birra da sciogliere in acqua calda,
  • acqua (700 ml) e sale.

Si amalgamano gli ingredienti sino ad ottenere un impasto molto liquido che dovrà lievitare per almeno due ore in ambiente tiepido. Il recipiente deve essere molto grande perché la massa triplica il suo volume e rischia di invadere casa.

In seguito, con l’aiuto di un cucchiaino si prende a poco a poco la pasta, che avrà una forma sferica e la si frigge in olio di oliva bollente.

Facile vero? Ehm… sì. Sembra, ma non lo è. Ma su questo punto torniamo tra poco.

Ma ci sono delle caratteristiche delle pittule che prescindono da sapore e ingredienti e fanno sì che un piatto così semplice sia tanto amato dai locali (anche i non locali difficilmente se le scordano; la prima pittula non si scorda mai).

Vediamo insieme quali sono le caratteristiche socio-antropologiche salienti delle pittule.

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Non sono semplice pasta fritta.
A dimostrazione di quanto le cose più semplici siano quelle più buone e più belle ma anche più complesse, è importante dire che le pittule per essere commestibili devono avere le dose PERFETTE di acqua e farina e lievito. In caso di lievitazione non ineccepibile saranno dure e secche.
Se l’olio non è alla giusta temperatura se ne impregneranno e non avranno la perfetta doratura fuori e la morbidezza delle nuvole dentro.
Anche la tecnica per prendere la pasta con il cucchiaio e farne delle palline comporta una manualità frutto di anni e anni di esperienza. Le prime pittule che si fanno nella vita sono sempre, nella migliore delle ipotesi, buone ma inguardabili.

Si mangiano in tutte le occasioni più importanti.
Dal Santo Natale alle feste per niente religiose come San Martino (non farti ingannare dal nome, è una festa che celebra il vino novello), esse non mancheranno mai. Sulla tavola e negli stand di paese, persino nelle trattorie, ci si può dimenticare dell’acqua o delle posate, ma mai di vino e pittule.

Se le vuoi assaggiare SUBITO le pittule, vieni a vedere queste feste tra gennaio e marzo!

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Sono bene pubblico e privato.
Le si trova, nelle occasioni di cui sopra, sia nelle case private fatte ad arte da mamme e nonne ma anche come esempio di street food. In loro presenza, ogni casa diventa piazza e ogni piazza diventa casa.
Tutte le feste di piazza, tra vino, canti e balli, hanno l’affollatissimo stand delle pittule. Accanto si potrebbe anche regalare aragosta appena pescata accartocciata in banconote da 500 euro ma niente da fare, lo stand delle pittule sarà sempre quello con la fila più lunga.

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Uniscono generazioni e generi 
Come su accennato, le nonne passano la manualità e la gestualità alle figlie. Queste ultime genereranno  eredi solo per poter insegnare loro l’antica arte.
E attenzione, piccola rivoluzione culturale in corso, sono sempre di più gli uomini che pretendono con forza di imparare e non restare all’oscuro dell’antica arte. Una sorta di emancipazione al contrario di un genere che ha capito che il futuro è in mano a chi sa fare le pittule come si deve.

E tu, ricordi quando hai mangiato la tua prima pittula? Raccontacelo!

Foto food di Lucilla Cuman.